+ igniculus
J. 21. touchy. 10♥ ;
“You were born a child of light’s wonderful secret, you return to the beauty you have always been."
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La foi de diamants - Capitolo 1

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«Non ne sono certo, non infonde fiducia al suo popolo eppure ne parlano e ne elogiano le gesta ritenendolo un eroe.»
«Sono del modesto avviso che appartenendo alla dinastia Flavia si rivelerà un ottimo sovrano. Negli anni passati fu più volte console durante il regno del padre, ricordo anche l’elogio al ritorno della guerra in Giudea…»
« Non per questo dovrebbe avere necessità di abbandonarsi a vizi e relazioni illecite!»
La cappa di parole si faceva sempre più densa nel triclinio privato dove tu stesso, tuo padre, e i due uomini sconosciuti con cui dialogava, presenziavate. Le loro voci dai toni maturi risultavano lontane nella tua mente, troppo occupata a schermarle il più possibile, incapace di sentirne ancora il suono. Parlavano, discutevano animatamente, gesticolando talvolta con le mani quasi ad enfatizzare ciò che veniva pronunciato dalle loro labbra.
E c’erano risa, c’era persino divertimento in quella grande sala rettangolare dove il color sabbia dei lenzuoli, disposti a coprire i letti sui quali eravate posti, e la pavimentazione a quadri bianchi e neri, lottavano contro il rosso cinabro delle pareti, sormontate da un fregio pittorico, ove la figura di Bacco spiccava vivace in primo piano. Era raffigurato glabro e tonico, seduto su di un trono bronzeo, il viso acceso dall’ubriachezza e un calice nella mano destra alzata mentre l’altra era intenta a coprire i genitali con una sola stola bianca. Portava l’uva fra i capelli ricci e scuri. Intorno a lui vi erano radunate diverse donne e uomini, chi in adorazione per la sua figura e chi, invece, come te, più distante, osservava silenzioso la scena beandosi semplicemente della gioia nella partecipazione.
Seduto o in piedi, infante o emancipato, quel Dio, sovrano del vino e dell’ebrezza, risultava tanto piacente quanto evanescente in ogni sua rappresentazione. Ogni suo dipinto, ogni sua scultura era fonte di interesse per te.
«Il tabellare di quest’oggi parla chiaro, le parole che vi erano scritte mi sono state riferite da un uomo presente alla lettura: il Colosseo verrà presto inaugurato dallo stesso Tito. Non vi è da biasimare il popolo per ritenerlo un uomo tale da essere chiamato imperatore
Sottratto dagli occhi espressivi e surreali dell’affresco ti eri estraniato dalla stanza senza più dar peso alle frasi degli altri commensali. Chi aveva appena pronunciato tali parole era il senatore Clelio, nonché tuo padre. Un viso affascinante era incorniciati da una folta chioma di capelli biondo cenere, scendevano lunghi e lisci lungo la mandibola squadrata e ancora più in basso fin sotto le spalle possenti. La sua toga era quanto di più onorevole tu avessi mai visto. Indossata da quell’uomo serenamente sdraiato sul letto donava lui un’aria maestosa e imponente. Ti piaceva guardare il rosso acceso dei bordi: simbolo di importanza in quei tempi. Eri figlio di un senatore e di una buona matrona, ma quei discorsi fatti appena dopo pranzo non erano digeribili per un ragazzino.
La politica non era mai stata una fonte di grande interesse per te molto più incline alla letteratura e alla pittura che all’ascesa di un imperatore. Cicerone e Bacco reclamavano la tua mente ma la tua attenzione dovevi posarla su quella questione politica per amor tuo e per l’onore di tuo padre.
L’invito a quel banchetto era stato improvviso nonostante sapessi dell’arrivo dei due pretori. Quella mattina tuo padre era stato chiaro e conciso: serviva la tua partecipazione al triclinio e non ci sarebbe stata alcuna giustificazione, non una scusa ad impedirlo. Ormai eri ben formato per poter intrattenere tu stesso una conversazione con tali invitati ed era ciò che Clelio sperava fin nel profondo.
Ciò che però aveva attirato particolarmente la tua attenzione era stato l’accenno a Roma non certo al piano politico e militare del novello monarca ancora intento a scongiurare le malelingue dovute alle numerose dissolutezze legate alla sua persona.
Tuo padre stesso poneva dubbi su Tito, quasi fosse incerto sul credere o meno nel suo principato. Figlio di Vespasiano, portava sulle spalle il fardello di un padre grandioso e liberatore che aveva posto fine alla guerra civile e all’instabilità dovuta al principato di Nerone. Era suo dovere essere all’altezza di suo padre poiché era nato in funzione di questo, per lo stesso motivo per cui eri nato tu.
Per questo motivo era importante la tua presenza al banchetto nonostante i tuoi momenti di partecipazione fossero minimi o quasi nulli. Ti eri perso in adorazione della vendemmia finendo con l’essere rapito dal rosso presente nel dipinto e successivamente nel vestiario dell’uomo come un insulso sognatore.
Nulla poteva essere più stupido dei sogni e della mera fantasia. Tuo padre lo sapeva bene nel momento in cui aveva deciso di trasferirsi a Pompei per le vicissitudini passate: “Non pensare che i sogni possano giovare alla tua felicità, sapranno solo essere fonte di rimpianti”.
Poteva, dunque, essere fonte di rimpianto l’aver lasciato Roma? Eccome, poteva.
Una nuova casa e una nuova città non avrebbero certamente riunito una famiglia i cui frammenti erano stati dispersi e poi combinati nuovamente insieme alla rinfusa.

Una finzione, una ridicola mascherata.

«Hai deciso di prestarci attenzione, Emilio?»
Eccola nuovamente la voce di tuo padre. Silenzioso verso di te per tutta la durata del banchetto, ora reclamava la tua attenzione come un genitore severo. Gli occhi vitrei e lagunari scrutavano nei tuoi del medesimo gelido colore in cerca di una risposta esatta al quesito appena posto. Attenzione, dovevi prestare attenzione.
«Roma, padre. Parlavate di Roma»
Una risposta scaltra rimanendo però vago sulla questione. Nonostante la tua attenzione fosse stata rapita da altro e con essa anche i tuoi occhi, le tue orecchie non erano state abbastanza capaci di allontanare le loro forti voci. Ti erano, quindi, giunti distratti echi di parole, discorsi lasciati a metà, frasi e commenti sarcastici. E infine Roma aveva rapito ogni altro interesse. La Roma imperiale, la tua città d’oro nella quale eri vissuto fino a pochi mesi prima, era divenuta una terra lontana ed irraggiungibile ad occhio nudo dalla tua nuova dimora, ubicata ad un centinaio di metri di distanza dalle mura della città di Pompei.
E se a Roma potevi godere di una vista urbanistica, ciò che ti si presentava dinnanzi agli occhi ora era il Golfo della vicina città di Napoli che, come Stabiae, non avevi ancora avuto il piacere di visitare. Non che piacere fosse la parola più consona da utilizzare.
Uscivi a stento dalla villa se non per recarti al foro con Clelio, parlavi poco e minimo era il tuo interessamento, ma soprattutto mantenevi continuamente sul viso quell’espressione annoiata mista a spavalderia senza che nessuno ti facesse notare quanto fosse sbagliato o maleducato da parte tua tale atteggiamento.
Il trasferimento avrebbe giovato a tutti, pensava tuo padre, ma non era stato per nulla così. Pompei risultava una città molto più tranquilla, fin troppo per te abituato ai veloci ritmi della capitale. La gente era silenziosa, le rappresentazioni teatrali nell’Odeion superficiali e scialbe. Nulla ti motivava a rimanere in quel luogo se non l’autorità di tuo padre.
«Tito ha promesso cento giorni di festeggiamenti e giochi per l’inaugurazione del Colosseo!»
«Eppure, nonostante le promesse, non ha dato al suo popolo un giorno preciso per il completamento di questo capolavoro»
I due pretori di fronte a Clelio, uno estasiato e l’altro scettico, discutevano vivacemente su argomenti attinenti la capitale, le provincie e le opere che fiorivano in esse rendendole più ricche di meraviglie.
Nell’ascoltare i discorsi che imperavano nell’aria della stanza non ti rendesti conto della presenza del servo, Alvio, che nel frattempo pareva essersi annunciato a tuo padre e a voi altri presenti con atteggiamento educato. Nonostante la sua giovane età, pressoché vicina alla tua, si presentava davanti agli occhi di voi commensali come un qualunque servo diligente, impossibilitato a esprimere il suo parere diversamente da quanto avresti potuto fare tu. La sua espressione non faceva trapelare nulla se non un mite ossequio nei riguardi di chi apparteneva sicuramente ad un ceto sociale superiore al suo. Avresti persino potuto provare interesse nell’ascoltare la sua parola riguardo gli argomenti espressi in precedenza: cosa pensava della costruzione del Colosseo? Cosa di Roma?
Potevi notare, visibilmente, la totale differenza che coesisteva nel mezzo fra te e lui: l’eduzione impartita da tuo padre ne era la prova e con essa ne era conseguito il tuo comportamento. Chi invece aveva preso le redini dell’educazione di quel ragazzo?
Tali quesiti di assillavano. Se avesse avuto la possibilità di esprimere il suo pensiero sicuramente avrebbe trovato parole più appropriate al tuo silenzio.
Mettendo a tacere i tuoi pensieri, ti soffermasti a guardarlo: i capelli ricci e bruni erano portati accuratamente dietro le orecchie e un laccio li tratteneva sulla schiena gracile, raccolti in una coda bassa poco folta. Gli occhi altrettanto scuri erano intenti ad osservare i movimenti degli uomini, cercando anche un solo leggero cenno per riempire nuovamente i loro calici di vino mielato. Attendeva paziente, senza creare impicci o affrettare il suo congedo. Pareva compiaciuto dell’essere stato scelto per il servizio al triclinio, un pensiero così distante dal tuo da sfiorare l’orlo del ridicolo.
Alzò gli occhi nel preciso momento in cui lo stavi osservando con fare distaccato e rigido, per poi spostarlo repentinamente sulle sue stesse mani giunte, arrossendo.
Era inconcepibile che ti guardasse negli occhi senza provare disagio.

La sua sottomissione ti nauseava.

Con un semplice e borioso cenno della mano, tuo padre lo congedò semplicemente senza proferire alcuna parola, ponendo così un freno alla sua agitazione.
«Vi annuncio solamente ora la mia intenzione di indire un banchetto a breve, nel decimo giorno prima della fine del mese, durante il quale spero in una vostra presenza.»
Quale migliore idea per coronare la sua idilliaca fantasia di stabilirsi a Pompei. Probabilmente sarebbe apparso come un evento da rimembrare fino alla fine dei tempi cui avrebbero partecipato numerose persone, anche provenienti dalla stessa città eterna qualora avessero ricevuto l’invito.
Una comica alla quale non avresti mai voluto prendere parte.
«Comunico con altrettanta contentezza che interverrà un senatore, sotto nomina di Tito stesso, per portare notizie della nostra amata Roma» dopodiché fece una pausa osservandoti. Il tuo comportamento non emanava alcuna sensazione se non pensieri di totale e piena boria. Sbandieravi la tua superbia con sguardo nauseato, completamente seccato. Tuo padre però aveva le idee ben chiare su come ti saresti dovuto comportare nei suoi riguardi. Oltretutto, il sederti sui letti senza tenere conto degli sgabelli destinati ai figli era sicuramente un guanto di sfida da raccogliere.
«Mi auguro che sarai presente anche tu Emilio, magari con più di una misera partecipazione fisica»
Ti aveva incastrato con le sue parole e il suo sarcasmo cinico.
Clelio era un uomo nettamente superiore a te. Molto più colto, molto più forte, un padre da emulare e al quale rendere grazie e questo era ciò che avevi sempre fatto, giorno dopo giorno. Avevi vissuto i tuoi giorni a Roma sotto la sua egemonia: seguivi silenzioso gli studi senza dettare parola in materia e senza sottrarti al sapere. Qualsiasi cosa era accettabile.
Era tuo dovere apprendere ed essere all’altezza di Clelio.
Non sapendo cosa rispondere cercasti una fra le più ipotetiche scuse credibili. Cercavi nel pensiero la fuga, quasi emulando quella precedente di Alvio, servo chiaramente sottomesso alla sua autorità.
«Preferirei ritirarmi nelle mie stanze con il vostro permesso, padre. Penso di aver appreso appieno le caratteristiche militari e politiche del nostro nuovo imperatore.»
Non avrebbe avuto alcuna speranza quel convivio, non con te intento a perderti in pensieri tutt’altro che appropriati a tale situazione. Alzasti lo sguardo verso gli occhi di tuo padre, cristallini e limpidi. L’espressione risultava serio e gelido, segnata solamente da una venatura collerica nei tuoi confronti per quell’ultima frase.
Preferirei ritirarmi nelle mie stanze, avevi detto, ma non eri tu a dettare legge, non esisteva alcuna tua preferenza, avresti dovuto abbassare il viso e digerire ancora discorsi su guerre, sui nuovi imperatori e sulle nuove e ingenti costruzioni nella florida Roma.
La tua impertinenza non era certamente qualità di vanto e ben lo sapevi ma ritirare il tuo commento inopportuno avrebbe sicuramente peggiorato l’umore di tuo padre che stava lentamente mutando. Evitando altri malintesi, Clelio fece un cenno stizzito con il capo, guardandoti con gli occhi di un padre bilioso: sguardo che tu, pur temendolo, ti spronasti a contrastare. Era incredibile il distacco che vigeva fra le vostre figure qualche secondo dopo; scivolando fuori della stanza avevi percorso pochi passi e ti eri diviso dalla sua presenza.
Dopo aver ascoltato il vociare di quelle quattro mura, il silenzio era divenuto quantomeno piacevole. L’aria si era fatta pesante, troppo insistente perché tu potessi respirarla. Uscire era divenuta l’unica soluzione, l’unica via di fuga per nasconderti dalle loro parole e idee maniacali ma soprattutto dall’autorità del senatore divenuta soffocante ormai per te. Aveva desiderato portarti a Pompei, trascinandoti in una città ben diversa dalla tua Roma solo per un capriccio di dominio. Cosa avresti potuto fare se non accettare di buon grado tale decisione? Non avevi voce in capitolo e tanto meno tua madre Lucretia, colei che sola aveva causato tale partenza. Ma ella avrebbe potuto opporsi così come si era opposta alla sua vita fino a mesi prima, giocando a fare la nubile per poi rifugiarsi nel suo labirinto di rimpianti. Desiderare la libertà e poi abbassare il capo e vivere nuovamente nella schiavitù di una vita non voluta non era di per certo una scelta congruente.
Poteva esistere donna più debole?
Tu di certo con la tua giovane età non eri destinato a commentare un comportamento del genere, soprattutto non di un tuo genitore. Esisteva, però, una minima parte del tuo cervello che la definiva sì debole ma allo stesso tempo sciocca.

L’emblema della donna in catene.

kelaruj:

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based off of and most lines taken from this video

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